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I sogni si spiegano da soli. Immaginazione, utopia, femminismo - Dispaccio #11

Introduzione #

Un altro libricino, ricevuto a Natale e letto durante il viaggio in Irlanda nei primi giorni dell’anno. Raccogliendo qualche informazione da scrivere, scopro che il volume originario in inglese contiene cinquantuno saggi scritti da Ursula K. Le Guin, mentre nell’edizione italiana questi si riducono a ventidue. Immagino per motivi editoriali, a loro volta giustificati da esigenze di mercato: bisogna fidarsi dell’ottimo lavoro della curatrice che nell’introduzione spiega le scelte riassumendo in breve i temi del sottotitolo, ma non solo.

Racconta per esempio di avere avuto un “blocco del traduttore” a causa della difficoltà di tradurre un saggio di un’autrice che, non solo ha revisionato sé stessa negli anni, ma ha pure cambiato totalmente opinione su certi temi. In pratica le mancava il confronto. Così, come Le Guin nei suoi momenti di blocco interrogava l’I Ching, così la traduttrice ha interrogato direttamente la scrittrice, morta da tempo, che le è apparsa in sogno dicendole sostanzialmente di arrangiarsi e “fare come le pare” rispetto a tutti i suoi dubbi.

Rispetto alla questione del “blocco” in Corpo vecchio, zero scrittura (2003) Le Guin preferisce definirlo come “mettersi in ascolto di una voce”, cioè rivoltando i suoi periodi di silenzio e poche idee in tempi d’attesa e spazio libero, non da riempire a tutti i costi, ma da godersi fino all’arrivo di un personaggio che possa contenere una storia. Per Le Guin, piuttosto che la ricerca di un tema o un di un evento, il motore del racconto è la ricerca di una persona credibile e sentita; solo allora tutto può funzionare.

La questione del contenitore emerge forte in La teoria letteraria del sacchetto della spesa (1986/1988) e trova il suo fondamento antropologico nella constatazione che il recipiente - e non le armi - sia lo strumento dell’uomo antico che, per la maggior parte, si nutriva di vegetali raccolti e selezionati e non di animali cacciati. Questa attività ordinaria ha tuttavia il difetto di non essere attraente da raccontare e quindi colpisce di più la caccia al mammuth o ad altri animali, impregnate al punto di conflitto e violenza da pensare e credere che siano alla base dell’essere umano.

Oltre a questa, l’altra questione che più mi sta a cuore e che Ursula K. Le Guin sembra cogliere in pieno è, come scritto nell’introduzione, “la necessità di ampliare il concetto di realtà, di diventare ‘realisti di una realtà più grande’(…).”

Un’ultima annotazione riguarda l’I Ching. Leggendo L’uomo nell’alto castello quest’estate, ho scoperto che Dick se ne serviva sia per scrivere i suoi libri sia come strumento narrativo da dare in mano ai suoi personaggi. Ora mi rendo conto che anche Le Guin, nei momenti di ricerca dei personaggi, lo utilizzava. Evidentemente per alcuni scrittori e scrittrici è qualcosa di più di un semplice libro delle risposte, ma un vero e proprio strumento di scrittura e questo aspetto merita un’indagine.

Da Discorso di accettazione del National Book Award (1972) #

Pagina 18 #

A questo punto, forse, il realismo è il mezzo meno adeguato per comprendere o rappresentare le incredibili realtà della nostra esistenza.(…)

Perché in fondo, come hanno affermato le grandi menti scientifiche, e come tutti i bambini e le bambine sanno, è soprattutto grazie all’immaginazione che acquisiamo percezione, compassione e speranza.

Da Il genere è necessario? Versione aggiornata (1976/88) #

Pagina 52-53 #

Ancor di più mi rammarico per certe timidezze o inadempienze mostrate nel trarre le dovute conseguenze dalle implicazioni psichiche della fisiologia getheniana. Giusto per fare un esempio, mi sarebbe piaciuto conoscere l’opera di Jung all’epoca in cui ho scritto il libro, così avrei potuto decidere se un getheniano avesse o meno un animus, o un’anima o entrambe, o un animum… Ma il fallimento nevralgico in questo ambito si manifesta nelle critiche frequenti che mi vengono rivolte rispetto al fatto che i getheniani sembrino uomini piuttosto che uominidonne.
Questo dipende in parte dalla scelta del pronome. Uso il pronome “lui” riferito al singolo getheniano perché mi rifiuto categoricamente di massacrare l’inglese inventando un pronome che vada bene per “lui/lei”. 1

Pagine 54-55 #

Più che altro, credo che il libro dica una cosa del genere: se fossimo socialmente ambisessuali, se gli uomini e le donne fossero davvero del tutto uguali nei loro ruoli sociali, uguali giuridicamente ed economicamente, uguali nella libertà, nella responsabilità e nell’autostima, allora la società sarebbe totalmente diversa.(…)

Invece della ricerca di equilibrio e integrazione, lottiamo per il dominio. Rafforziamo le divisioni e neghiamo l’interdipendenza. Il dualismo di valori che ci distrugge, il dualismo superiore/inferiore, dominante/dominato, possessore/posseduto, sfruttatore/sfruttato, potrebbe cedere il passo a quella che mi appare, da qui, una modalità di integrazione e integrità molto più salutare, sensata e allettante.

Una visione non-euclidea della California come luogo freddo (1982/1983) #

Pagina 77 #

“Assumendo il ruolo del creatore” cerchiamo quello che Lao Tzu chiama “il profitto di ciò che non è” piuttosto che prendere parte a “ciò che è”. Ricreare il mondo, ricostruirlo o razionalizzarlo significa correre il rischio di perdere o distruggere quello che in effetti c’è.(…)

Quello che i bianchi consideravano un territorio selvaggio da “addomesticare” era in realtà molto più conosciuto all’uomo di quanto sia mai stato in seguito: non solo era conosciuto, ma era anche stato denominato. Ogni collina, ogni vallata, ogni torrente, canyon, gola, burrone, fossato, punta, dirupo, scogliera, insenatura, masso, albero aveva un proprio nome, un proprio posto nell’ordine delle cose. Esisteva un ordine percepito di cui gli invasori erano completamente all’oscuro. Tutti questi nomi indicavano non una meta, non un luogo verso cui andare, ma un luogo dove stare: il centro del mondo. C’erano centri del mondo sparsi per tutta la California. Uno di questi era una gola a ridosso del fiume Klamath. Si chiamava Katimin. La gola esiste ancora ma non ha più nome, e il centro del mondo non è più lì. Le sei direzioni si possono incontrare solo nel tempo vissuto, nel luogo che viene chiamato casa, la settima dimensione, il centro.

Pagina 81 #

La formula di apertura di un racconto cree è “un invito ad ascoltare, seguito dalla frase: ‘Cammino all’indietro e guardo avanti, come fa il porcospino’”.

Da Un discorso accademico scritto con la sinistra (1983) #

Pagina 106 #

Il successo equivale al fallimento di qualcun’altra. Il successo è il sogno americano che continuiamo a sognare perché, in quasi tutto il mondo, la maggior parte delle persone, compresi trenta milioni di noi, continuano a vivere ben svegli l’orribile realtà di essere poveri. No, non vi auguro il successo. Non ne voglio nemmeno parlare. Voglio parlare del fallimento.

Da La figlia della pescatrice (1988) #

Pagina 186 #

Ecco quello che ti ammazza: l’astio assassino, l’invidia, la gelosia, il rancore che l’uomo si concede spesso di provare, è stato addestrato a provare, contro qualsiasi cosa faccia una donna, se non la fa in suo onore, per lui, per nutrire il suo corpo, il suo agio, i suoi figli. Una donna che cerchi di lavorare contro quell’astio vede la propria fortuna diventare una sciagura; a quel punto deve ribellarsi e farcela da sola, o fallire nel silenzio e nella disperazione. Qualunque artista deve aspettarsi di lavorare in mezzo all’indifferenza totale e razionale degli altri, per anni e anni, forse per tutta la vita: ma non c’è artista che possa lavorare bene contro una resistenza quotidiana, personale, vendicativa. Ed è esattamente questo che tante artiste ricevono in cambio da parte delle persone che amano e con cui vivono.

Da Discorso di accettazione per il National Book Award alla carriera (2014) #

Pagina 252 #

In questo momento credo che abbiamo bisogno di scrittori e scrittrici che sappiano la differenza tra la produzione di una merce e la pratica dell’arte. Sviluppare un materiale scritto per assecondare le strategie di mercato al fine di massimizzare il profitto aziendale e gli introiti pubblicitari non è proprio la stessa cosa rispetto a un modello responsabile di editoria e autorialità.


  1. Questo “rifiuto categorico” del 1968 riaffermato nel 1976 è collassato, completamente, nel giro di un paio d’anni. Continua a non piacermi l’idea di pronomi inventati, ma adesso mi piace ancor meno il cosidetto pronome generico declinato in lingua inglese al maschile singolare (he/him/his), che di fatto esclude le donne dal discorso, e che è stato un’invenzione dei grammatici maschi, visto che fino al sedicesimo secolo il pronome generico al singolare era they/them/their che non ha valenza maschile e che ancora viene usato in inglese e in americano nel parlato. Dovrebbe essere reintrodotto anche nel linguaggio scritto, lasciando lì a blaterale pedanti e sapientoni.
    In una sceneggiatura della Mano sinistra del buio scritta nel 1985, parlavo dei getheniani né in gravidanza né in kemmer con i pronomi inventati di a/un/a’s modellati sul dialetto britannico. Per i lettori sarebbe un incubo, immagino, ma ho letto anche delle pagine ad alta voce usando quei pronomi e il pubblico era pienamente soddisfatto, a parte il fatto di farmi notare che il pronome soggetto a si pronuncia uh [a] e suona molto simile a I, cioè “io” in inglese, detto con accento del Sud. ↩︎